domenica 31 luglio 2011

Google e le spese in RP

Anche i Googles spendono... in RP.

da Il Foglio

Così Mountain View si conferma in un certo senso “democratica” e creativa coerentemente con lo spirito delle origini, anche se qualche altro campanello d’allarme c’è. Per esempio, la normalizzazione passa anche per un record di spese in lobbying: nel trimestre aprile-giugno, per la prima volta l’azienda californiana ha superato quota 2 milioni di dollari in spese di relazioni pubbliche (contro 1,5 milioni di un anno fa e battendo gli 1,85 milioni spesi da un pachiderma considerato filogovernativo come Microsoft), soprattutto per contrastare le recenti inchieste della Federal Trade Commission americana su presunti dumping che Google compirebbe per blindare il suo monopolio sulla pubblicità online (e l’amministratore delegato del gruppo Larry Page dovrà presentarsi a settembre davanti alla commissione per rispondere di queste accuse). Sembrano più lontani insomma i tempi goliardici delle origini in cui Page e Sergey Brin volevano cambiare il mondo con un algoritmo. Tempi che vengono raccontati in un libro appena uscito negli Usa. Si intitola “I’m feeling lucky” (Houghton Mifflin Harcourt editori), come una vecchia funzione di ricerca di Google, anche questa recentemente sparita nel processo di normalizzazione, ed è il racconto in prima persona di 6 anni passati a Mountain View dall’autore, Douglas Edwards, primo “brand manager” del gruppo. Il libro non è certo il primo in materia, ma è l’unico a essere stato scritto da un insider e non da un giornalista, ed è naturalmente una miniera di aneddoti.

A un certo punto Sergey Brin suggerì per esempio di spendere l’intero budget per il marketing in due iniziative socialmente utili: vaccinare gratis tutti i rifugiati ceceni contro il colera e/o distribuire gratis nelle scuole preservativi a marchio Google. Altri progetti: trasformare Mountain View in una mega casa editrice ed etichetta discografica per tutti gli aspiranti scrittori e musicisti del mondo, che sarebbero stati poi rimborsati con i proventi della pubblicità. Il tutto mentre, racconta Edwards, Brin e Page si disinteressavano totalmente dei guadagni dello sbarco in Borsa del 2004 che li avrebbe resi multimiliardari, essendo più attirati invece dai meccanismi informatici del listino. Altri tempi, verrebbe da dire.